Di Petrolio, Shale ed OPEC: chi conta e chi no!

Asti, 12 dicembre 2015

Dopo un breve periodo di assenza torniamo con questo articolo che tenta di cogliere il dettaglio della produzione Shale ed al contempo si propone un’analisi al fine di comprendere come e quanto la produzione di Shale Oil in oggetto agisca sui prezzi globali del prodotto.

“Lo Shale Oil sta fondamentalmente comandando il mercato”

“L’OPEC rimane il vero protagonista del mercato del greggio, nel bene e nel male”

Quanto esposto sopra è sicuramente argomento di discussione, soprattutto negli ultimi tempi, con il crash dei prezzi del greggio che ha generato una nuova linea di pensiero, quale? Ma è ovvio, quella che vede lo Shale Oil statunitense soppiantare l’OPEC nella capacità di far convergere nell’una o nell’altra direzione il prezzo del greggio!

Tra i fautori di questa teoria troviamo Daniel Yergin (analista che è un vero e proprio veterano dei mercati), il quale sostiene che il comparto dello Shale Oil si conferma come il nuovo Swing Producer in quanto, parlando di Shale, si parla di migliaia di singoli produttori.

Ognuno di noi si sarà sicuramente fatto un’idea di quale sia la realtà dei fatti, ma una cosa è certa: le idee di Yergin non hanno sicuramente la strada spianata e dalle pagine di Bloomberg risponde un agguerrito Peter Coy, che contesta passo passo le dichiarazioni di Yergin.

OPEC e nulla più

Con buona pace di Yergin – scrive Coy – l’OPEC rimane l’unica entità in grado di influenzare significativamente il prezzo del greggio incrementando o diminuendo la produzione.

Secondo Coy, pesa l’organizzazione ed i produttori Shale peccano in questo settore non coordinandosi a livello strategico nella misura in cui avviene per il Gruppo dei Paesi Esportatori e questo fa si che non riescano ad influenzare efficacemente le quotazioni.

Sicuramente – continua Coy – un’influenza da parte dei produttori scistici è presente, ma contribuisce, tramite incrementi o tagli, a stabilizzare il mercato, ma non è in grado a trasformare gli Shale Producer in veri e propri Swing Producer.

Il Petrolio è certamente molto volatile in questo periodo e lo dimostra il crollo delle quotazioni, che dai 100 dollari per barile di giugno 2014 sono scese sino ad attestarsi al di sotto dei 37 dollari per barile al termine dell’ottava passata a causa di un’economia globale in affanno ed a causa di una produzione in eccesso.

ATF OIL 1

Una domanda fondamentale

A questo punto dobbiamo porci una domanda fondamentale, ossia: “Quando è avvenuto l’ultimo crollo delle quotazioni?”.

L’ultima gamba ribassista non si è verificata dopo un meeting degli Shale Producers a Houston, ma bensì dopo il meeting OPEC di Vienna che ha visto i paesi aderenti al Gruppo lasciare la città di Vienna senza aver fissato un tetto massimo di produzione.

In questo caso l’Arabia Saudita ha giocato un ruolo di rilievo e scegliendo di continuare a difendere le Market Shares ha dato il via ad una nuova tornata di vendite.

tutti pazzi?

Ora viene proprio da chiederselo: Goldman Sachs, l’Economist ed altri ancora hanno dei raptus di pazzia quando indicano i produttori Shale come degli Swing Producer?

Assolutamente no, il punto è che fondamentalmente contribuiscono a generare l’attuale situazione di surplus ed inoltre il loro output – al pari dell’output OPEC – è messo sotto esame dal mercato al fine di ottenere eventuali indizi sull’andamento dei prezzi.

In ogni caso un vero Swing Producer ha libertà d’azione, ha una grande quota di mercato, ha una forte capacità di riserva, ha costi di produzione bassi ed è in grado di agire da solo od all’interno di un cartello al fine di influenzare i prezzi tramite un incremento od una contrazione produttiva.

Price Takers

Quale produttore si adatta alla descrizione precedente? Semplice: l’Arabia Saudita! I produttori Shale degli Stati Uniti sono ben lontani dal possedere tali requisiti: non agiscono di concerto, non hanno una elevata capacità di riserva e sono soggetti a costi di produzione nettamente superiori a quelli di Arabia Saudita e Kuwait: in altre parole sono classificabili come “Price Takers”, ossia produttori che, fondamentalmente, si adattano a quello che è il prezzo proposto dal mercato.

ATF 2

Pozzi e prezzi

“L’Arabia Saudita è ancora lo Swing Producer”: a parlare è Amy Jaffe – University of California –  mentre i produttori Shale sono da considerarsi più degli opportunisti che degli strateghi.

In questo momento sono in sofferenza ed è probabile che la loro produzione subisca una drastica contrazione nei prossimi sei mesi almeno sino a che i vecchi pozzi funzionanti a secco non verranno sostituiti con altri dotati di tecnologie più moderne. Tuttavia dovremo fare attenzione, in quanto sono pronti a far sentire la loro voce nel caso in cui ci sia nuovamente da incassare.

Più aggressivo è David Livingston (Carnegie Endowment for International Peace) il quale ammonisce sull’utilizzo improprio del termine Swing Producer accostato ai produttori Shale: “L’utilizzo impreciso del termine Swing Producer genera conseguenze nel mondo reale: il suo accostamento agli Shale Producer USA viene accettato dalla gente e come riflesso abbiamo la tendenza a credere che gli Stati Uniti siano in grado di equilibrare il mercato del Petrolio voltando le spalle all’OPEC”

Voltare le spalle all’OPEC questo momento potrebbe essere molto rischioso, in quanto gli eccessi di produzione sono deleteri in qualsiasi ambito e non solo per quanto concerne il Petrolio, ma se la sovrabbondanza verrà meno, allora l’OPEC sarà ancora una volta in grado di guidare i prezzi al rialzo!

fonte
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...