Commodities: è finito il super ciclo… o no? L’ opinione di McKinsey.

I cali di prezzo che hanno colpito le materie prime hanno decretato la fine del “superciclo”? McKinsey & Co. ci dice che non è così e ci spiega anche il perché.

“Quando guardiamo al futuro vediamo due elementi in gioco: le nuove tecnologie e la produttività da una parte e la domanda proveniente dai paesi emergenti con vincoli di approvvigionamento dall’ altra. Noi non vogliamo scommettere contro la tecnologia, ma ciò che noi pensiamo viene spesso trascurato: questa è la sfida che stiamo affrontando”.  Queste le parole di  Fraser Thompson (associato senior presso McKinsey Global Institute) rilasciate ieri in un intervista a Bloomberg da Londra. Il discorso contrasta in maniera evidente con le opinioni di Goldman Sachs Group Inc. e Citigroup Inc. (ad esempio), che vedono nell’ aumento di produzione unito al raffreddarsi della crescita economica in Cina un buon motivo per dare come terminato il ciclo di rialzo delle commodities.

Una base per i prezzi.

Sono molti i fattori a cui McKinsey fa riferimento nel suo report e tra questi identifica l’ aumento delle aree coltivabili in Cina ed il prezzo dei terreni agricoli in Brasile che secondo le analisi sono aumentati di sette volte negli ultimi dieci anni a causa della crescente domanda globale di cibo unita alle leggi ambientali più severe ed all’ aumento delle aree protette; anche il petrolio dice la sua in questo contesto, con il proliferare di impianti di estrazioni offshore che necessitano di tecnologia sempre più avanzata per il loro sfruttamento; non sono da sottovalutare nemmeno le risorse minerarie, sempre più spesso localizzate in regioni politicamente instabili.

“La capacità di fornitura sembra essere sempre meno capace di adattarsi rapidamente alle variazioni della domanda , anche perché accedere alle nuove riserve risulta essere sempre  più impegnativo e costoso. In questo periodo che non presenta evidenti carenze, i costi marginali più elevati sembrano essere propedeutici a fornire una solida base ai prezzi delle materie prime”.  Questa la chiusura del rapporto di McKinsey, che evidenzia come anche l’inflazione contribuisca ad appesantire lo scenario con i costi di apertura di un nuovo pozzo di petrolio raddoppiati negli ultimi dieci anni e con le miniere di metalli che impiegano attualmente 20 anni per svilupparsi contro i 6 – 10 anni necessari negli anni ’80 e ’90.

Natural Gas.

Mckinsey cita come unica eccezione il gas naturale, dove le nuove tecnologie hanno generato una maggiore efficienza nella perforazione e nella fratturazione, rendendo così più economico l’ approvvigionarsi  da giacimenti in formazioni di scisto ( un esempio su tutti il Marcellus nel Nord Est degli USA).

Cina

Il rallentare della crescita cinese non contribuisce in maniera sufficiente a contrastare le prospettive di carenza future di materie prime, poiché le dimensioni dell’ economia di questa nazione testimoniano che sta utilizzando più risorse rispetto agli anni passati.

“Un eventuale tasso di crescita economica della Cina più basso di quanto si fosse stimato è poco rilevante ai fini della domanda: Cina ed India sono molto più grandi di quanto non fossero all’ inizio del secolo”.

La McKinsey fondata a Chicago sfrutta 102 uffici distribuiti in tutto il mondo. La società non ha fornito previsioni di prezzo.

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